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Marinetti e quel libro sulla cucina futurista

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A stretto braccio con la visione fascista, le idee futuriste inneggiavano alla tecnologia e al nuovo che avanza. Le “grandi battaglie artistiche e politiche spesso consacrate col sangue” ponevano in primo piano la lotta contro le amidacee – la pastasciutta, per intenderci – colpevole di ingenerare “fiacchezza, pessimismo, inattività nostalgica e neutralismo“.

Il preludio, insomma, per quello che, il 20 gennaio 1931, divenne il Manifesto della cucina Futurista, compendio di pensieri, intenzioni, volontà, a dir poco rivoluzionari: abolizione dell’uso di forchetta e coltello e dei condimenti tradizionali; niente più peso degli alimenti né, tanto meno, chiacchiere, a tavola, attinenti alla politica. Si auspicavano – nello scritto – “bocconi simultaneisti e cangianti“, sorta di invito, ai chimici, all’invenzione di sapori inediti, in cui musica, poesia e profumi costituissero un tutt’uno con l’arte culinaria.

Pur riconoscendo che uomini nutriti male o grossolanamente hanno realizzato cose grandi nel passato, noi affermiamo questa verità: si pensa, si sogna e si agisce, secondo quel che si beve e si mangia…“, si legge.

Del resto, come accennato, il Regime, in concomitanza, promuoveva una società pratriottica e nazionalista, in cui si incentivava il saluto romano, a dispetto della stretta di mano – pensate – considerata dal Duce anti-igienica. Si rivendicava la possibilità di voto per le donne; si rispolveravano i principi, ereditati dall’epoca Classica della ‘mens sana in corpore saono’.

E così, via alla bonifica dei terreni, laddove risultavano preda di acqua e malaria. Al pari, via alla campagna demografica – con tanto di tassa sul celibato – nel progetto di valorizzare le famiglie. Via alla battaglia del grano, allo scopo di perseguire l’autosufficienza produttiva di frumento nel Belpaese.

Nel 1925 – va detto – il Regno d’Italia risultava importatore netto di 25 milioni di quintali di frumento, su un consumo totale di 75 milioni. La situazione andava – senza troppo esitare – ribaltata. E così si operò. Meno farina, dunque, e più riso. Il là, per convinzioni, come il concetto di Km 0, rivendicate ancor oggi.

Di fatto, da allora, gli esperimenti culinari si sono avvicendati, lasciando il segno nella gastronomia, per la stravaganza delle proposte e per la volontà – niente affatto implicita – di equiparare la cucina alle arti ‘nobili’.

L’interesse dei futuristi per il campo in questione si delineò relativamente tardi: il movimento artistico era nato nel 1909, quando si appalesò, nel 1913, con il “Manifeste de la cuisine futuriste“, opera del cuoco francese Jules Maincave e riconobbe la sua massima espressione nella Taverna del Santopalato, considerato il tempio dell’espressione innovativa del desinare.

Durante il pasto d’inaugurazione – in data 8 marzo 1931 – vennero serviti l’Antipasto intuitivo, il Brodo solare, il Mare d’Italia, il Pollofiat e il Carneplastico. La più rinomata, tra le portate o ‘formule‘, come si esigeva venissero nominate, della cucina d’avanguardia. Frutto della genialità dell’aeropittore Fillia, Alfredo Panzini, illustre scrittore, critico letterario e lessicografo… nel suo Dizionario moderno, lo volle definire: polpettone dinamico-futurista. Un cilindro di carne di vitello – in sostanza – ripieno di undici qualità di verdure, sostenuto da tre sfere di carne di pollo e da un anello di salsiccia, e coronato da uno strato di miele.

A detta dell’inventore, “un’interpretazione sintetica degli orti, dei giardini e dei pascoli d’Italia“.

Da allora, non sono mancati gli chef che hanno giocato con le preparazioni, sperimentando su gusti e mise en place. Talvolta in maniera vincente; talvolta, duole ammetterlo, a discapito del sapore.

Di seguito, la ricetta del DOLCE MAFARCA:

INGREDIENTI:

Riso 100 gr.

Caffè 50 gr.

Latte 1/2 litro

Uova 2

Zucchero a volontà

Acqua di fiori d’arancio 50 gr.

Buccia di Limone fresco

PREPARAZIONE:

Cuocere il caffè nel latte e zuccherare a preferenza. Di seguito, versare il riso e lessarlo, asciutto e al dente, come prevede la tradizione. Una volta pronto e raffreddato, fuori dal fuoco, grattare la buccia del limone e aggiungere l’acqua di fiori d’arancio. Versare il contenuto in una boule e mettere a ghiacciare. Servire, infine, accompagnando con biscotti freschi.

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