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Lettera aperta ai lettori

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Se mi domandassero, ad oggi: ‘Cosa fai di mestiere?‘ Risponderei, semplicemente: “Io scrivo” e, nel dichiararlo, come prima ancora, nel farlo – vi assicuro – mi riempio di una contentezza, che mai avrei immaginato. Il momento migliore è nel cuore della notte o alle prime luci dell’alba, quando il mondo, ancora, è tinto di silenzio e, a farmi compagnia, c’è unicamente la musica. Ecco, quello, a mio avviso, è l’attimo perfetto. Quello in cui le idee convergono insieme e si traducono sui tasti di un computer, che chiede – me ne accorgo ogni volta – di essere mio complice.

Registra i refusi. Mi concede il modo di cambiare idea, di rileggere e modificare, arricchire, valorizzare ogni composizione. Mi consente di fare accostamenti. Ancora, puntualmente, di rintracciare le fonti, compararle, curiosare, insomma, affinché la produzione di quel che ha a seguire risulti, al fine, dettagliata, precisa, lineare, comprensibile. O, almeno, questa è l’intenzione.

Proprio il 3 di questo mese si è festeggiata l’ennesima ricorrenza delle Giornata Mondiale per la libertà di Stampa o Giornata Mondiale della Stampa, fate voi, che tanto va bene in tutti e due i modi e troppe infiorettature – scrittura docet – alla lunga, stancano. Un appuntamento, nato – ad opera dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite – a tutela della libertà di parola, sancita dall’Articolo 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, del 1948.

A metterla così, ci si sente quasi potenti… In realtà, spesso, il desiderio di scrivere – meglio, di comunicare – nasce da un’istanza interiore, difficile da domare. Il pensiero, terminato di cullarsi nella testa, sente la necessità di un passo successivo. Pretende di farsi carne. Di trovare una dimora più stabile e sceglie la carta o qualsiasi altro mezzo, che lo metta nelle condizioni di rendersi tangibile.  

E, sappiate, non esiste un argomento Principe. Nell’universo della penna e dei suoi affini non c’è posto per figli e figliastri. Ci si può tradurre in maniera elevata, come, pure, scegliere di trasfigurarsi ameni, frivoli… evanescenti. La differenza non sta, insomma, in quel che si dice, ma in ‘come lo si dice‘. E, certo, in soccorso, giungono le nozioni di grammatica, le regole della sintassi. Ma ciò che, avanti a tutto, dovrebbe parlare è quel ruggito che ci si ficca dentro, ad un certo punto, e chiede solo di manifestarsi. E’ la deontologia, nell’esposizione e nel rispetto di principi invalicabili. E’ la coscienza delle idee. Il desiderio di far procedere le proprie, esattamente come quelle altrui, in un unico binario, che è l’informazione.

Divulgazione, c’è chi la chiama, che può, rendersi, talvolta, insegnamento. Dite che, nell’era dei tutorial e del ‘fai da te‘ il discorso è fuori luogo? Forse. Ma, riflettendo a dovere, non sono, gli stessi Tutor, se non altro che insegnanti? A distanza, magari. Ciò non di meno, persone che, sapendone – o presumendo di saperne, perché può accadere anche questo, ne siamo consapevoli – estendono il proprio grado di conoscenza a più ampi confini.

Esistono, dicevamo, ‘cattivi maestri‘, ma c’è anche chi, parlando, esponendosi permea la vita di chi ascolta e, assai spesso, l’insegnamento è derivato, in primo luogo, dall’esempio. Non serve spiegarlo… lo si percepisce. L’immagine diretta di quel che esprimiamo – o intendiamo esprimere – siamo noi. E questo, crediate, non è tempo perso. Traccia, solo, il confine, di fin dove potremmo spingerci. Vale a dire, dappertutto.

Siete curiosi di capire perché faccio questo discorso e perché, soprattutto, ve lo faccio solo adesso? Unicamente perché sono le 5:11 del mattino e le parole avevano iniziato a formicolarmi per la testa. Perché vorrei non esistesse una giornata prefigurata, per difendere il diritto all’espressione. Mi piacerebbe immaginare, al contrario, un luogo fatto come la notte, in cui ogni successivo giorno fosse festa per le idee.

Se questo fosse possibile, non dovremmo più ascoltare certe aberrazioni. Non dovremmo fare i conti con la storia di una bambina – ad esempio – scomparsa da 17 anni. Nebulizzata, come se non fosse mai nata, giacché, allora, al tempo dei fatti, i diretti interessati, sapendo interloquire, avrebbero interagito tra loro. Avrebbero discusso, magari alzato i toni. Ma i gesti non avrebbero surclassato i proponimenti.

Denise Pipitone

Allo stesso modo, non dovremmo stupirci – o intristirci, o adirarci, se un ragazzo – poiché, in fin dei conti, tale è e nulla di più – proveniente da una famiglia ‘bene’, decida, di sana pianta, di condurre, in compagnia dei suoi amici, due sconosciute, altrettanto giovani, in casa propria – una bella villa al mare – e pensare di abusarne – tale è l’accusa – così, di sana pianta, come se fosse la cosa più naturale, anzi, al più ovvia del mondo.

Se, alla radice, anche in questa seconda circostanza, ci fosse stata comunicazione – quella che banalmente definiamo educazione – non si sarebbe giunti alla deriva. Non avrebbero sviluppato – loro, i giovanotti – la convinzione di poter compiere ogni gesto che passava per la testa, nella certezza di rimanere impuniti; o che, fosse, quel che si apprestavano a compiere, una bravata. Tutto qui. Questo è un vestito – sia pur mentale – che si eredita. E’ il frutto – intuibile – di una carenza e certe lacune non possono che allargarsi a macchia d’olio, dando luogo a danni, talvolta irrecuperabili.

Ciro Grillo

Allo stesso modo, sempre secondo il medesimo principio, non ci sentiamo meno intellettuali – anzi , non mi sento, che qui, la responsabilità, me l’assumo in prima persona – nel raccontarvi del ‘Bacio non consensuale‘ che il bel Principe avrebbe dato a Biancaneve.

In occasione della riapertura del Parco Disneyland, in California, due corrispondenti del San Francisco Gate hanno voluto soffermarsi sul fatto che sì, tante belle chiacchiere ma, tagliando corto, la fanciulla – pelle eburnea e labbra di fuoco – era sotto incantesimo. Dunque, impossibilitata nel corrispondere quel certo sentimento. Colpevole, il Colosso, di promuovere scene antiquate, obsolete, a fronte di una moderna visione della realtà, che chiede un più ampio prospetto della situazione.

Biancaneve

Buffo, sembra di essere appena ritornati all’argomento precedente. Solo che, a ben guardare, qui le cose stanno diversamente. La favola dei fratelli Grimm raccontava – e qui si ripropone il tema della comunicazione e dell’importanza del ‘come’ avviene – della potenza del ‘vero amore’. Quello che travalica il tempo e lo spazio, che ci scalda il cuore, che ci conduce a compiere gesti, che mai avremmo previsto. Questo, intendevano dirci. Ci narravano del bene che trionfa sul male e del cuore – puro – di un giovane che aveva intravisto altrettanta bellezza in quello di una coetanea, a cui era stata tolta – almeno in apparenza – la vita. Talmente candido, l’animo di Lei, da meritare, almeno, un estremo saluto. Un pegno, che rimanesse indelebile.

Invece, colpa delle parole – ma a noi viene da pensare che sia, piuttosto, dell’ignoranza e del languire di sensibilità – il tutto si riduce ad una mera questione di… necrofilia. Perdonate la provocazione. Sorta di abuso, perpetrato su chi non può difendersi. Già, non potevano neppure Dumbo o Gli Aristogatti o gli altri cartoon della Disney, esiliati per motivi di pseudo-contenuti razzisti.

Gli Aristogatti

Ecco, le parole fanno danni. Sono massi che ci si riversano addosso e penetrano, più di qualsiasi schiaffo. Offendono, lacerano, avviliscono. Poi, notate? Vanno di qua e di là; scivolano via, si perdono… Ma, peggio ancora, è il silenzio. Quello che tappa le bocche, tutte, perché così non c’è modo di rimediare. Quello che ammutolisce, seguendo il registro di chi si considera più forte. Quello che non permette replica.

Ore 5:11. La storia si chiude qui. O, almeno, questo capitolo. Conscia che ne seguiranno degli altri. E ci saranno articoli volubili. Alcuni profondi. Altri utili. Quel che mi auguro è che non ne esistano di vani. Che ogni notte, o giorno, trascorsi tastiera tra le dita, sappia rivelarsi foriera di un messaggio, anche solo di una riflessione piccolina; che sia un guizzo per qualcuno, anche uno solo. L’intuizione che stava cercando, il consiglio, la riflessione. O, semplicemente una carezza.

Così, quando mi chiedono: ‘Che fai di lavoro? Io scrivo‘, rispondo e in cuor mio sorrido, perché so, senza tema di smentita, di esercitare il privilegio più bello e prezioso che ci sia…

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