Vucciria: chiassoso avamposto di scambi, di vita… e di sangue

Vucciria: chiassoso avamposto di scambi, di vita… e di sangue

Prendono il nome di BallaròIl Capo… poi c’è il Mercato delle Pulci e Lattarini. Sono, tutti, luoghi storici della bella e aristocratica Palermo. E tra questi, celebre tra i celebri, spicca la ‘Vucciria‘, l’antico mercato, che si dipana tra via RomaLa Cala, il Cassaro, la piazza del Garraffello, la via Argenteria nuova, la piazza Caracciolo, la via Maccheronai… invade – e colora – strade, vicoli e bicocche, con quel suo antico vociare.

Destinato, inizialmente, al macello delle carni e alla loro vendita, divenne, poi, luogo di smercio per pesce, frutta e verdura. Il nome gli deriva da Bucceria, simile al volgare beccheria o al francese boucherie e sta a significare macelleria, prosecuzione naturale di ‘becco’, il caprone che rappresentava l’animale macellato, per eccellenza. 

Un posto surreale, per certi aspetti, tanto da incuriosire fior di artisti. Tra i numerosi, Renato Guttuso, che volle reincarnare lo stravagante posto in un dipinto. Certo, quella realtà di Sicilia oggi è tramontata, inghiottita da una movida che si ripropone di città in città, sempre uguale a se stessa.

Eppure, il ritorno del quadro nella sue sede d’appartenenza più spontanea desta, oggi, scalpore e fremito. Sottolinea l’Università di Palermo che il prezioso capolavoro è visibile (nuovamente, dal 5 giugno) in “un involucro nuovo di zecca, immersivo, struggente, cuore del nuovo percorso di visita, che restituisce lo Steri alla città“.

Palazzo Steri

Già, Palazzo Steri. L’edificio, che fu sede dell’Inquisizione, fu tanto amato da Leonardo Sciascia. Qui trovavano dimora i graffiti, capaci di inquietarne l’anima. Sempre qui, ebbe modo, lo scrittore, di ripercorrere l’opera del pittore di Bagheria, nel quale coglieva “il conterraneo, l’amico…“. Entrambi, per il poeta di Racalmuto, fonte di ispirazione.

Guttuso, dal canto suo, dipinse la tela nell’arco di alcuni mesi, nel 1974. Fece arrivare nel suo studio di Velate frutta e verdura di giornata, per ricreare – si narra – le tinte veritiere e schiette dei leggendari venditori di stigghiole e riprodurre, al contempo, nell’immaginario, gli odori, veraci di fresco, di gamberi, orate, scorfani, tonni, e quant’altro arrivasse dal mare. Si racconta, pure, che per realizzare la tela – 3 metri x 3 metri – l’artista si sia servito di un elevatore, per lavorare in quota. Oggi, nella rinomata sala delle Armi, la nicchia che la accoglie porta con sé il calore di “un abbraccio“.

Le figure sbozzate – spiegano i curatori – si muovono tra pesci, frutta, verdura, quarti di carne“.

Una grande natura morta – scrisse, di suo polso, il pittore – con in mezzo un cunicolo, entro cui la gente scorre e si incontra“. E se la vista è immersa nel tinteggiarsi delle figure, l’orecchio è teso ad agguantare le voci del mercato: le tipiche ‘banniate’.

A completarne l’allestimento, i pannelli, ricchi della biografia, le note critiche, gli scritti di colleghi e intellettuali. Uno schizzo, pubblicato dal Villabianca, dell’antica Bocceria; mentre, sui monitor, scorrono contributi video dalle Teche Rai, dal Diario di Guttuso, realizzato da Giuseppe Tornatore, nel 1982, al documentario, del 1975: Come nasce un’opera d’arte.

Palermo considera questa tela la sua rappresentazione più forte“, si spiega. “La città vi si riconosce, poiché mostra le passioni forti, come il cibo, la sensualità, la socialità del mercato e la morte“.

Ed è proprio quel senso di morte che permea la città tutta, la compone, quasi ne costituisse l’involucro. E silenziosa, fa da rimbecco alla vita, gridata, sfacciata, agguerrita che, invece, appare prima, un passo avanti, vogliosa di eclissare tutto il resto…

D’altronde: “I balati ra Vucciria ‘un s’asciucanu mai” – Il pavimento della Vucciria non si asciuga mai

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