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Millennials: agricoltori dal piglio cittadino

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Fateci largo, che siamo quelli della post-pandemia. Quelli sì, costretti nei nostri appartamenti in città. Ma, proprio per questo, più consapevoli rispetto al rapporto con il cibo. Stufi della produzione intensiva, come pure dell’industriale, puntiamo dritti verso il ‘fai da te’, in una dimensione eco-sostenibile dell’alimentazione.

Riassumendo, la vita al chiuso, in questi mesi, ci ha insegnato che il contatto con la natura, nel dominio degli spazi aperti, rappresenta il nostro futuro. E, laddove tendiamo ad addobbarci un personale spazio verde, in sempre maggior numero e sempre più spesso, stiamo prendendo pure l’abitudine di produrci il cibo da soli.

Secondo una recente indagine di ColdirettiIxè, ormai il 44% degli Italiani è solito coltivare frutta e verdura in giardini, terrazzi e orti urbani. Un dato notevole e, peraltro, in crescita, negli ultimi 5 anni. Oltre 2 milioni i metri quadrati, nel nostro Paese, spesi all’uopo. Le ragioni? Si parte dai motivi economici, per arrivare a quelli più strettamente pratici e/o di opportunità.

Andando a ritroso, ci rammentiamo del tempo in cui nonni e zii ci raccontavano degli orti di guerra o victory gardens: coltivazioni che, durante l’ultimo Conflitto Mondiale, garantirono buona parte degli approvvigionamenti alimentari. Lo stesso Mussolini, del resto, pretendeva che “non ci fosse un lembo di terreno incolto“. Adesso l’iniziativa è personale. Questo cambia. Ma l’attenzione a lattuga, pomodori, piante aromatiche, peperoncini, zucchine, melanzane, basilico, piselli, fagioli, fave, ceci e così via rimane sempre la stessa.

Ma quanto costa un orto urbano? Se, con tale denominazione si intende uno di quegli spazi condivisi, simili alle cooperative, allora occorrono ambienti vasti e denaro in abbondanza. Diversamente, se si parla di piccoli appezzamenti di terreno, ricavati in un angolo del giardino o del terrazzo, magari anche in verticale, il discorso è diverso.

Nel primo caso, i prezzi dipendono dal tipo di terreno, dalla sua posizione, dalle dimensioni. In aree residenziali, un ettaro può raggiungere un costo medio di 120/140mila euro. Facendo due rapidi calcoli, un appezzamento da 70 metri quadrati arriva a costare intorno ai 1000/1200 euro l’anno (cioè 13/17 euro al metro quadrato), comprese le spese per l’acqua e quelle, iniziali, per l’acquisto degli attrezzi.

Diverso è il concept secondo cui, ai cittadini, è data in dote la facoltà di gestire, gratuitamente o pagando canoni di affitto comunque bassi, appezzamenti di verde urbano, da coltivare e riqualificare. Si partecipa a un bando, in sostanza, e si ottiene un lotto in comodato d’uso per un certo periodo.

Poi c’è la soluzione dell’orto personale. Più pratica e veloce rispetto alle precedenti e non troppo onerosa, economicamente. Carta canta, per avviare un orto di 20 metri quadrati bastano circa 250 euro, per l’acquisto in un negozio specializzato, di terriccio, vasi, concime, attrezzi, reti, supporti, semi e piantine.

Tre, i punti inderogabili:

– Il dove è fondamentale. Bisogna valutare attentamente come l’appezzamento sarà colpito dalla luce solare

– se lo spazio non è molto, può essere utile provare a pensare in verticale, invece che in orizzontale, sfruttando la cosiddetta agricoltura idroponica

– quale che sia l’investimento iniziale, è utile ricordare che dovrebbe essere ripagato piuttosto rapidamente perché, se tutto va come deve andare, non sarà più necessario acquistare frutta e verdura 

Argomento, del resto, quello degli orti urbani, che inizia da interessare sempre più giovani (intesi come under 30/40) e che si accompagna ad un’altra piccolagrande rivoluzione. Le medesime persone si stanno mettendo le galline in casa.

Non succede in Italia, non ancora e non così tanto, ma accade negli Stati Uniti Sempre più di frequente.

Che cosa hanno fatto queste persone, una volta arrivate nelle loro nuove residenze? Si sono messe ad allestire pollai domestici, alla ricerca di una vera e propria indipendenza alimentare. Una scelta, operata soprattutto dai Millennial che, per sfuggire al Coronavirus, hanno acquistato la loro residenza lontano dalle città.

Ovviamente, costoro ospitano il bestiame su un terrazzo molto grande o, se possibile, in giardino, nel classico backyard. E i prezzi, per le strutture, si aggirano dai 300 agli oltre 2mila dollari. Un piano a largo raggio, poiché sottintende, anche, spendere per il mangime, le zone di covata, la segatura per il pavimento, le recinzioni etc.

Anche in questo caso, come per gli orti, va detto, c’è un distinguo: si vuole tenere le galline solo per le uova o anche per mangiarle? In entrambi i casi esistono norme da rispettare, ma nel secondo la situazione si fa evidentemente più complessa. In linea generale, la legge Italiana consente di possedere sino a 10 galline, senza dover chiedere alcun permesso. Il consiglio, tuttavia, è di informarsi presso la Asl del Comune di residenza e verificare eventuali adempimenti.

Poi c’è la questione dei vicini: le distanze minime fra questi ultimi e gli animali, per ragioni legate al rumore e all’odore, sono inderogabili. Tocca informarsi, anche qui. C’è poco da fare.

In qualsiasi modo si decida di procedere, l’importante è lasciare le galline il più possibile libere. Si tratta di un comportamento che l’Unione Europea sta cercando di incentivare, giacché incide anche sulla qualità delle uova ottenute. E visto che quelle uova si finirà per mangiarle, tanto vale procedere da copione…

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