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Talebani… ‘music free’

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Tanto da qualche parte bisognava iniziare, prima o poi. Come dire, ce lo si aspettava. E, come d’abitudine in questi casi, si parte… dal superfluo. da ciò di cui, tutto sommato, pare di poter fare a meno. Dunque, la musica è la prima a gettare la spugna e abbandonare l’Afghanistan.

Lo annuncia, a chiare lettere, il portavoce dei talebani, Zabihullah Mujahid. “La musica è proibita nell’Islam, ma speriamo di poter persuadere le persone a non fare queste cose, invece di fare pressioni“. E tante grazie. Sotto il Governo in questione, già negli anni ’90, musica, per l’appunto, televisione e cinema erano stati severamente banditi. Messi alla gogna, senza diritto di replica. Adesso la storia, tristemente, si ripete.

Nonostante il tentativo – piuttosto maldestro – di prestare un’immagine di sé più tollerante, Mujahid – considerato da più parti il prossimo Mnistro dell’informazione e della cultura – conferma – e lo fa, rivolgendosi all’illustre New York Times – che la musica non sarà consentita, in pubblico.

Il portavoce delle forze armate, nonostante la situazione tesa, si augura di poter avviare buone relazioni con la Comunità Internazionale e indica, come possibili aree di cooperazione, l’antiterrorismo, la lotta all’oppio e la riduzione dei rifugiati, in Occidente. Belle intenzioni, encomiabili. Ma chi c’era, chi ha precedentemente vissuto certe concatenazioni di eventi sa bene cosa aspettarsi. E il commento è amaro.

In 20 anni, molto è stato fatto. Sono cambiate cultura, mentalità, condizione femminile, società insomma, soprattutto nelle grandi città. Nessuno vuole tornare indietro“. Ecco quanto sostiene Arif Orykhail, medico afghano, fuggito per la seconda volta dal proprio Paese. Uno che la prima linea la conosce e che confessa di non avere speranza per il futuro del suo Paese.

I talebani di oggi sono più pericolosi di quelli di ieri. Li anima la vendetta, che nella nostra tradizione è un sentimento forte. Mostrano la faccia moderata, solo per avere un riconoscimento Internazionale“.

Parole forti, che si accompagnano al racconto crudo di questi giorni: “Ero all’ambasciata Italiana e ci hanno detto di partire subito, ma i talebani erano già ai cancelli, le strade per l’aeroporto nelle loro mani. Un elicottero della Nato ci ha prelevato e, arrivati allo scalo militare, abbiamo pensato: siamo salvi. Ma a Roma ho acceso il cellulare e ho trovato 130 messaggi dei tanti rimasti lì. Messaggi disperati, richieste d’aiuto, donne chiuse in casa, un orrore infinito“.

Considerazioni, che sanno di grido d’aiuto e lasciato poco adito alla speranza: “non si può legittimarli. Certo, vediamo che governo faranno, se misto, con intellettuali o solo Mullah. Ma l’Occidente deve affrontare questa crisi umanitaria. I prezzi sono già saliti, non si trova da mangiare, gli ospedali sono senza medici o ossigeno“. E, intanto, si lotta, come dimostra Tommaso Claudi, il giovane console, rimasto con pochi carabinieri del Tuscania. E si muore. Nuovamente. 90 vittime e 160 feriti, il resoconto dell’attacco a Kabul.

Come se, anni addietro, non fosse successo niente. Come se il passato fosse stato rimosso con una folata di vento. Come se ieri non appartenesse all’oggi. E viceversa. Oltre 100 mila persone, conferma l’America, a partire dal 14 agosto, sono state evacuate. Altre lo saranno. Così in Australia e in Albania, che ne contano 4000 ciascuna. E in Italia, dove è previsto l’arrivo, nel pieno, di 1200 profughi.

Del resto, all’ora X manca poco. Il tempo sta per finire. Dopo, non vorremmo mai esserci. Mai sapere. Mai, dover guardare.

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