‘Coup de chance’ e la fortuna di chiamarsi Allen…

‘Coup de chance’ e la fortuna di chiamarsi Allen…

Coup de chance. Un colpo di fortuna. Quella che arriva, alle volte e che anzi, sorprende soprattutto se non ci si crede. Ma non spoileriamo…

Woody Allen riprende e ripropone, in questa sua cinquantesima opera, il tema del caso, tanto caro e già analizzato e ci gioca, chiaramente, distintamente, dividendo l’umanità in due specie. Chi ha fede nella fortuna, persino quella di venire al mondo e chi, invece, persegue l’idea che quest’ultima non esista e che, al contrario, sia il prodotto di azioni finalizzate. Insomma, che vada costruita, con determinazione e volontà.

Così, da una parte c’è Alain, vecchio compagno di liceo, scrittore bohémien, sognatore innamorato. Dall’atra troviamo Jean, marito cinico, calcolatore, dai trascorsi ombrosi e chiacchierati e, nel mezzo, Lei, Fanny, elegante, sofisticata, giovane ‘moglie trofeo’, vagamente annoiata. Un triangolo perfetto, perché si attivino, appunto, le dinamiche della sorte.

Ed ecco che il regista, la sua, di fortuna, questa volta la cerca in Francia. Tra le strade, i parchi, i palazzi, le case perfettamente arredate della bella e languida Parigi o nella sua mansueta – ma lo sarà davvero? – campagna. Girata in francese e accarezzata dalla fotografia di un genio quale Vittorio Storaro, la pellicola piace e piace, sin da subito. Di più, sin dai titoli di testa, dove si riconosce immediatamente la firma del suo cineasta e, rapidi, si ha la percezione che, nella successiva ora e 36 minuti, non ci si annoierà.

Ci si siede, in sala e ci si domanda, piuttosto, a quale genere ci si approccerà. Si tratterà di una commedia, un thriller, un film d’amore? E’ presto detto. Sullo schermo c’è… di tutto un po’. Esattamente come una ricetta, miscellanea di svariati ingredienti, tutti indispensabili, nessuno eliminabile per una riuscita esemplare della preparazione in atto. Allo stesso modo, Allen aggiunge un pizzico del suo efficace e pungente humor, note sarcastiche, argomenti fedeli al suo modo di rappresentare la vita come l’analisi del rapporto di coppia; sfodera quel tanto che basta della sua cultura, per non darsi scontato; onora i classici, ripercorrendo persino le tracce di un indimenticato Simenon… e, in formissima – ci permettiamo di sottolinearlo – mescola tutto. Esalta i sapori, mette in rilievo i colori… sorta di sapiente chef dei sentimenti, si affaccenda affinché alcune note si percepiscano a stento, prima; poi le rende maggiormente presenti e viceversa. Rappresenta, in breve, l’esistenza, per quella che è. Disordinata, imprevedibile, sbilanciata e bizzarra.

E piace, lo dicevamo. Era piaciuto, del resto, già alla ‘prima’, presente fuori concorso alla più recente Mostra del Cinema di Venezia. Ce lo raccontano gli applausi – allora – in sala. Ce lo dice, pure, la sceneggiatura, mai banale, ricca di riferimenti colti e battute insospettabili.

Si gode, in sintesi, a partire dagli occhi, mentre persino il più tipico dei luoghi comuni, di colpo, non è più tale. Fa da raccordo a qualcosa che potrebbe capitare a chiunque; che – forse – è capitato a chiunque.

Lui che incontra lei di cui era perso tanto tempo prima, ma alla quale non aveva mai osato rivelarsi. Lei, stupita, lusingata, incuriosita… sedotta. L’altro, dubbioso, poi geloso, livoroso. Giù le maschere, qui tutto è riferito. Rivelato ed è per questo che se non si ride, di certo si sorride. Sul piatto le pietanze sono esposte, senza fingimenti, almeno verso il pubblico.

Sappiamo di che pasta è fatto ognuno ma, proprio come nella vita, non sappiamo come finirà. Ed è qui che Allen si fa sarto. Cuce addosso a ciascuno il proprio destino, aspettato o meno. Controlla i meccanismi di una trama che, per concupire, conta essenzialmente su un processo di immedesimazione e, da maestro, un po’ sornione, si lascia apprezzare. Ci intrattiene, in un pomeriggio o in una serata di inizio dicembre e ci invita a tornare a casa beati, compiaciuti, appagati dal viaggio fatto insieme.

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