We Are Who We Are: la generazione gender fluida si racconta così

We Are Who We Are: la generazione gender fluida si racconta così

Si tratta di una serie, la prima, per Luca Guadagnino, Lui che, tra cortometraggi, documentari, film (spaziando, tra l’altro, persino nell’horror), spot e videoclip non si è risparmiato proprio nulla. Ed ora lo ritroviamo qui, mentre si avventura nella sua più recente impresa. We Are Who We Are, questo il titolo, in onda proprio in queste settimane su Sky Atlantic e Now TV, sta per condursi all’epilogo (l’appuntamento proprio oggi, venerdì 30), ma ha tutta l’aria di lasciarsi, alle spalle, una scia, anzi una lunga lunga scia, di commenti…

https://youtu.be/u6VAQ6LdnKs

Strizza l’occhio all’ideologia gender, risultando fredda e artificiosa“, questo, all’esordio, il riverbero. In realtà trattasi, assai più banalmente, di un racconto che, in gergo, potremmo definire: coming of age. Ambientata in una base dell’esercito Usa in Veneto, dove si incrociano le storie di Fraser, appena arrivato, e di Caitlin che, al contarrio, risiede lì da tempo, con la famiglia. Un racconto di formazione, in sintesi, con al centro i due protagonisti adolescenti e la scoperta della rispettiva sessualità (dall’identità all’orientamento).

Jack Dylan GrazerJordan Kristine Seamón, nell’ordine, danno vita a caratteri netti. Lui, timido e sempre scazzato, ribelle senza causa; lei, spavalda e in perenne contrasto con il padre, trumpiano di ferro. E c’è già chi li definisce talenti spiazzanti.

Come esagerati risultano, allo stesso modo, abitinudità ed atteggiamenti. E se i primi lo sono volutamente, nelle misure e negli accostamenti (chissà, forse a voler risultare ancora più incisivi nel raccontare la fluidità di genere), per quel che attiene all’esposizione dei corpi, bisogna attendere appena 9 minuti per il primo nudo, quasi integrale, di Chloë Sevigny; 18, per il primo rapporto sessuale. Per quanto riguarda i comportamenti beh, basti citare la scena in cui Francesca Scorsese – alias Britney – sputa noccioli di ciliegia sul pavimento del supermercato della base militare, per poi gettare un cono gelato appena iniziato nell’immondizia. Oltre le righe, ma funzionale al racconto.

Ad ampliare, oltretutto, il raggio d’azione, la constatazione di una impossibilità – pregio aggiunto – di configurare il tutto in una sezione definita del globo. Una provincia, quella in cui si svolge l’azione, compromesso tra la Laguna Veneta e l’America, territorio non ben localizzato, volutamente non localizzabile, in cui i ragazzi inventano il proprio esperanto, sorta di slang anglo-veneziano, in cui ad esprimersi, prima ancora della gola, è il corpo.

Ad incorniciare il quadro sopra proposto, la colonna sonora. Il non luogo fin qui descritto è un tracciato, su cui perdersi e liberarsi al tempo stesso. Si balla in spiaggia, sulle note di Rock ‘n’ roll robot di Alberto Camerini; non di meno si ri-ascolta, (e qui il cuore si spalanca agli estimatori degli anni ’80) Self Control di Raf. David Bowie, Smiths e Rolling Stones si avvicendano, assiepati, quasi in una ideale gara a chi ‘sappia far di più’ e poi, d’un tratto, ci si ritrova catapultati nelle intenzioni palesemente dissacranti di Emilia Paranoica dei CCCP.

E, di nota in nota, passiamo alle dolenti… vale a dire i dialoghi. Non tanto per i contenuti, ma per deficit dovuto alla madrelingua. Sottrae, di tanto in tanto, cuore e credibilità, tanto più nei momenti in cui a farla da padrone è il dialetto.

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