Loving… you

Loving… you

11 luglio, 1958.

Lo ricordo bene. Le giornate, quell’estate, erano particolarmente afose. Un po’ per via del caldo; un po’ per un malessere che, evidentemente, attendeva solo di scoppiare. Era diverso persino l’odore, nell’aria.

Fatico a spiegarvelo perché, a meno che non ci si passi personalmente, si tratta di una sensazione che non si riesce a raccontare. Fatico, pure, a tornare indietro con i ricordi… Si tratta di una vita fa. Anzi, si tratta di un’altra vita. Un’esistenza appartenuta a chissà chi… qualcosa che, per fortuna, non mi sento più addosso. Fatti, a cui non vorrei mai più tornare, neppure con la memoria.

State dormendo nel vostro letto. State riposando, nel posto più sicuro che conosciate. Tra le braccia dell’uomo che vi ha scelte. Di più, vi ha ha volute, per restarvi accanto fino alla fine dei vostri giorni.

Richard, mio marito, aveva l’abitudine, a letto, di cingermi i fianchi. Gli piaceva ‘sentirmi’, diceva così. E, in effetti, le sue mani, addosso, avevano un che di rassicurante, per entrambi. Perciò, dormivamo avvinghiati l’uno all’altra, lontani da tutto quel che rimaneva fuori.

Quando ci svegliammo, di soprassalto, era già notte fonda. Le due, credo. I rumori, alla porta, ebbero l’effetto di una doccia fredda. Bussavano, prepotenti, al punto tale che, quell’unica barriera tra noi e loro, pareva dovesse sgretolarsi da un momento all’altro. D’improvviso, assumeva l’essenza di una lastra trasparente. Inconsistente… vana. Come vani furono i tentativi, miei, di dissuadere Richard dall’aprire.

Gli chiesi di non scendere. Ingenua… speravo che, non vedendo nessuno, smettessero. Che se ne andassero… Ridete, sì; ridete pure. Che sciocca, Vero? Proseguirono, ad intermittenze sempre più ossessive. Il cuore me lo sentivo in mano. Batteva talmente forte da rimbombarmi, il rumore, nella testa.

Quale è – ditemelo voi – la differenza tra un’irruzione e la violenza? Se addosso hai un divisa, entri nella convinzione, evidente, di poterti permettere qualsiasi cosa. Ti senti assolto e chi sta sotto non può far altro che abbassare la testa.

Casa, fino ad un attimo prima. Ora quello stesso luogo era… come spiegarvi… era un posto estraniante, dove qualcuno che non conoscevo ci chiedeva conto del nostro quotidiano. “Cosa ci fai a letto con quella donna?“. Chiedevano, con tutta la tracotanza di chi, la risposta, ce l’ha già. L’inflessione, nella voce, lasciava trapelare tutto il disprezzo, l’alterigia, il senso di superiorità nei miei confronti.

Già, poiché ‘quella donna’ ero io, Mildred, macchiata dell’unico peccato – imperdonabile – di avere un colore diverso della pelle. Ero nera. O meglio, ero ‘negra’, come si diceva allora. Ci si riempivano la bocca, con quella parola. Come se equivalesse a determinare qualcosa di infimo, di scarso valore… Mettetecelo voi un aggettivo, tanto il significato non cambia.

La profanazione, a me e alla persona che ero, neppure.

Sono sua moglie“, provai a sussurrare. Con che diritto, poi? Io, che non ne avevo. Tanto meno quello di parlare. Li guardai, per un istante lungo un’eternità e compresi. Capii che, da lì, sarebbe iniziato l’inferno.

Per tutto l’anno seguente ci tennero separati. Aprivo gli occhi, la mattina e mi affacciavo al vuoto, o forse era il contrario. Era il vuoto ad invadermi ed io lo lasciavo fare. Mi lasciavo corrodere, giorno dopo giorno. La sofferenza è tanto simile ad una goccia d’acqua che, zitta zitta, ti ridisegna. Ristabilisce i tuoi confini. Ne determina altri, sconosciuti.

Quando si impara ad accontentarsi di poco, però, considerandolo tutto e anche quel poco ci viene strappato, allora succede qualcosa, dentro. Ci si inabissa nel nulla, oppure si diventa ferro. E come ferro lottai, per riavere indietro quanto mi spettava. Mi nutrii di tutto il dolore per ribellarmi ad un destino che non avevo scritto io.

Mi facevo forza di un bagaglio interiore che proseguiva ad accompagnarmi, nonostante tutto. Lui, il mio Lui, era un operaio edile, bianco. Io, un’amica di famiglia. Abitavamo, entrambi, in Virginia, nella contea di Caroline. Quando mi resi conto di essere incinta decidemmo di sposarci e di spostarci… tutto qui.

Quando i vice dello sceriffo, quella notte, invasero casa nostra, contestarono la validità dei documenti. Ci trascinarono dietro le sbarre, intenzionati a gettar via la chiave. A dimenticarci, finché pure noi non lo avessimo fatto di noi stessi. Colpevoli di aver infranto la legge. Una legge anti-meticciato vecchia, logora come i suoi anni e profondamente ingiusta che si avvaleva della sua patina di giustizia per avvalorare gesti turpi e crimini, ben più gravi.

…Ma noi eravamo i Loving, questo era il cognome di mio marito e non è un caso. Quando, trascorso un anno, ci lasciarono andare, fummo esiliati. Vincolati, dall’impossibilità di tornare nella nostra terra d’appartenenza. Espatriati da quello che, per quanto ci riguardava, era un nido. Il porto sicuro… Era dove eravamo cresciuti, dove ci eravamo conosciuti, baciati, amati… era dove c’erano – ancora – i nostri affetti.

Nel tramestio, ci tenemmo la mano. Eravamo sicuri ‘solo’ di quel che rappresentavamo l’uno per l’altra. Andammo avanti, così, finché non ero lì per partorire. Allora facemmo un azzardo. Avevo bisogno di mia madre. Lei era ostetrica. Avevo bisogno di lei, in ogni caso. Ci arrestarono di nuovo… Oh, non stupitevi, me lo aspettavo. Poi ci liberarono, grazie all’intervento del nostro avvocato.

Ecco, potrei fermarmi qui. In fondo, seppur lontani dalle nostre radici, eravamo stati capaci di costruircene altre. Partorii ancora e ancora, prima Donald, poi Peggy

Sapete misurare la forza che sa infonderti un figlio? Ciò che mai faresti da solo, lui o lei te lo impone, per un senso del dovere ancestrale. E’ la sua stessa presenza che ti spinge a pretendere di più… così, scrissi direttamente al procuratore generale. Robert Kennedy mi indirizzò all’attenzione dell’American Civil Liberties Union.

Il caso fu dirottato, a breve, in tribunale. Noi in Virginia, in una parte remota di King and Queen Country.

Ci ribadirono che persone di razze diverse non sono destinate a vivere insieme. Etichettarono i nostri bambini come ‘bastardi’. Quando, superati diversi gradi di giudizio, arrivammo in Corte d’Appello, mio marito mandò a dire al giudice: “Amo mia moglie!“.

Vero, lo scorrere degli anni ci ha tolo tanto, ma come posso non sentirmi, comunque, una privilegiata…

Diverse settimane a seguire, la Corte Suprema dichiaro all’unanimità, incostituzionali, le leggi che vietano il matrimonio interraziale. Era il 1967.

Richard, semplicemente, riprese da dove ci avevano interrotti. Edificò, per me, la casa dei sogni. Sette anni dopo se ne andò. Un incidente… Io, invece, rimasi lì, con il pensiero, nella ossa, di lui e di tutto ciò che avevamo passato. Minuti, ore, giorni… interminabili, a cercare una via d’uscita, una soluzione… a scervellarci, a lottare… a credere in qualcosa di diverso, di superiore alle miserie umane.

Quel suo abbraccio, nel buio, si era fatto alcova, anche di giorno. Era il rifugio dei miei pensieri. Era la calma, la distensione dell’anima… la convinzione che nulla potesse più colpirmi. Ed è con questa serenità, impressa, che mi spensi. Terminai i miei giorni, avvolta dal calore e dalla luce. Pregna di un amore che mi aveva fatto sentire preziosa ed unica e che mai, niente al mondo, avrebbe potuto portarmi via…

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