Vita in carcere: come essere già morti

Vita in carcere: come essere già morti

Cinque milioni di euro. A cosa servono? Sono la cifra da stanziare, al fine di prevenire e contrastare i suicidi, in carcere. Almeno, stando al Governo. Dall’inizio dell’anno, 31 detenuti si sono tolti la vita, 490 hanno tentato di uccidersi e circa 3.500 hanno compiuto atti di autolesionismo. Una discesa, che sembra inesorabile. Dunque, la necessità di un decreto, che preveda un finanziamento più che raddoppiato, rispetto agli anni precedenti. Atto, in poche parole, al “potenziamento dei servizi trattamentali e psicologici“, nei 189 istituti penali del Paese.

Soldi, che rinfoltiranno la retribuzione degli psicologi che lavorano nelle prigioni. Professionisti sotto pagati e a contratto. Non personale assunto in pianta stabile. “Siamo precari, la cui posizione lavorativa è soggetta a rivalutazione con selezione, ogni quattro anni e questo, spesso, porta a un ricambio… che non aiuta le persone detenute. Inoltre, il monte ore mensile è ridotto, mai superiore alle 64… e soggetto a variazioni, nel tempo, che rendono difficile seguire elevati numeri di utenti, nel modo migliore“, fanno sapere i diretti interessati.

Dottori…

In generale, “ci occupiamo di osservazione e trattamento, accompagniamo la persona condannata definitivamente in una riflessione sui motivi che l’hanno portata al reato e sulle possibili conseguenze dello stesso… svolgiamo azioni di sostegno“. Strumenti, evidentemente ancora non abbastanza efficaci. “Il suicidio si previene… attraverso mezzi e attività che permettano di recuperare la fiducia in sé e nelle proprie potenzialità“. Si tratta, difatti, spesso, di una scelta favorita “dalla difficoltà di tollerare, con la consapevolezza dell’oggi, la viltà del proprio passato, a maggior ragione quando la persona sente di aver perso la possibilità di rinnovarsi… è l’atto finale di una tirannia esercitata per anni ai danni di sé stessi“.

…e pazienti

Esistono – poi – fattori scatenanti, momenti critici, fattori personali legati agli affetti familiari o a difficoltà di relazione“. Financo “aspetti di carattere culturale“. Esistono, sostengono gli esperti, “segnali, indicatori di rischio che vanno colti subito e in modo corretto“. D’altronde, tutti esercitano un ruolo di prevenzione: poliziotti penitenziari, educatori, medici, mediatori culturali, dirigenti dell’istituto. Senza considerare che, alcune fasce, più fragili, meritano maggiore attenzione: donne o immigrati stranieri, ad esempio o, ancora, i condannati a fine pena mai. “Un ergastolano, ma anche un recluso che deve scontare molti anni, arriva a non distinguere più il prima e il dopo“. Certo, non si può entrare nella testa di chi medita il suicidio. “Quando ci si uccide, spesso lo si fa per colpire un nemico, un tiranno incorporato nel proprio midollo: la morte è per punire qualcuno che si odia e nei cui confronti ci si sente impotenti. Come dire: tenetevi pure il corpo che è diventato vostro. Io me ne vado“. Dietro le sbarre – altro fattore da non sottovalutare – si creano tensioni che non fanno che agevolare stati d’animo di tensione, con le conseguenti ripercussioni sugli animi più fragili.

Gli interventi psicologici servono proprio a questo: a curare, ma non bastano a salvare. Occorrono contatti più assidui con la famiglia, lavoro e attività per riempire il tempo. Bisogna, in sintesi “dare uno scopo alla vita dei reclusi“.

Intanto però di carcere e in carcere si continua a morire, vuoi per la difficoltà di comunicare con l’esterno; vuoi, pure, non meno importante, per i rari contatti tra detenuti, anche all’interno delle varie sezioni. Socialità ‘striminzita’, che conduce dritta dritta ad un’impennata che, ad oggi – secondo la voce di chi ne sa – non promette niente di buono.

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