L’uomo che fermò il Coronavirus

L’uomo che fermò il Coronavirus

E’ arrivato, finalmente, il Messia. E non è un esimio virologo. Nulla ha a che vedere con la politica. Lui è di più. Sorta di Redentore amato e idolatrato e, a rischio di risultare blasfemi, talvolta più di Domineddio.

Adottato dal cuore espanso dei napoletani. Cercato, atteso, voluto, perdonato… attraverso il risonare delle sue prodezze – fuori e dentro il Campo – ha fatto parlare; ha diviso i pareri; ha suscitato invidia, rabbia, disprezzo, tenerezza, preoccupazione. E non tra i detrattori, ma in chi gli voleva bene perché, in fondo, come si poteva non volergliene…

Ieri, 25 novembre 2020, Diego Armando Maradona, all’età di 60 anni, se ne andato. El Pibe de Oro ha detto ciao a tutti e – al pari di Gesù che camminava sulle acque – ha compiuto l’ennesimo miracolo. Il mondo, quello – almeno – della Comunicazione, si è fermato per parlare di Lui. Solo, esclusivamente di Lui. Per glorificarne le gesta, raccontarne i trascorsi; volendolo risollevare, quasi giustificare, potendo, dalle sregolatezze; sublimandone il genio.

Tant’è che, come in una sorta di reti unificate, non si è fatto che ridipingerne il ritratto. I momenti sfolgoranti di un’esistenza controversa, condotta sempre al limite. Come la volta in cui si rese protagonista di una foto che fece il giro del mondo. Era assieme ai fratelli Giuliano, quintessenza del sodalizio camorristico di Napoli, immerso al loro fianco in una vasca a forma di ostrica. Donne e cocaina erano bastati per ‘domare’ un animo scaltro, intuitivo, ma esageratamente fragile, incline alle dipendenze, dedito – troppo spesso – alla superficialità.

Sono trascorsi 17 anni, prima di riconoscere un figlio, il cui volto pare strappato dal suo. Lo aveva concepito insieme a Cristina Sinagra, una ragazza incontrata in discoteca. E se allora combatteva un’assurda guerra per ‘fuggire’ da ciò che legittimamente gli apparteneva, più tardi, nel ’91, si rendeva protagonista di ulteriori, deflagranti, scandali. Arrestato, ospite in casa del cognato, per detenzione di sostanze stupefacenti, manco fosse El Chapo. E invece no. Era ‘solo’ – si fa per dire – Maradona, con le sue debolezze, i vizi, profondamente radicati… 48 ore di clamore ed era fuori ma, nel frattempo, tutto si era già detto, ipotizzato, deciso.

I giorni dell’euforia, in cui le imprese hanno avuto una risonanza titanica, si sono alternati, come in un flusso continuo, a quelli dell’oblio. Troppi interessi intorno e gente pronta a nutrirsi dei resti, come sciacalli affamati. Troppo successo, forse, esagerato. Oh, non che non lo meritasse, ma non è servito a proteggerlo. Non ha protetto il ragazzino che giocava con il pallone, allo stesso modo in cui avrebbe fatto l’amore: convulsamente, provocatoriamente, appassionatamente…

E dire che, chi ha tentato di salvarlo, c’è stato. Una figura altrettanto potente e carismatica. Un’amico, prima di tutto. Colui che se n’è andato via il suo stesso giorno, non più di quattro anni fa, e che lo ha curato, permettendogli – finalmente – di disintossicarsi: Fidel Castro.

Grasso, spettinato, la barba incolta… “Ha sostituito la droga con l’alcol“, rivela il suo medico. E così lo ricordiamo, nell’ultimo periodo. Alle prese con un cuore disturbato, in affanno. Lui che aveva energia per tutti quanti. Ora va via, ma prima di salutarci blocca i Network. Non si parla di altro, non risuona che il suo nome e persino il male oscuro che ci ha colpiti in questi mesi china la testa ed ossequia il viaggio d’addio del Re del Pallone.

Diego era capace di cose che nessuno avrebbe potuto eguagliare. Le cose che io potrei fare con un pallone, lui potrebbe farle con un’arancia“, dichiarò, a suo tempo, Michel Platinì. Già, Lui poteva tutto… e ha fatto anche questo.

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