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1975: cronologia di un fine settembre come tanti altri…

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Ecco. Partiamo da qui. Da una fotografia, scattata alle 2.50 del 1 ottobre 1975 in via Pola, strada che, notoriamente, appartiene alla Roma Bene, presso il quartiere Trieste. E’ attribuibile, nel talento, ad un fotoreporter, Antonio Monteforte, che la notte, anziché dormire, dedica le proprie ore ad ascoltare la radio dei Carabinieri. Stacanovista, di fatto intercetta l’allarme, si precipita e, nel momento in cui il brigadiere forza il bagagliaio della 127 bianca che gli si pone di fronte, non perde neppure un istante per dar voce al suo flash.

Dentro quell’antro, tossico e buio, accovacciata su se stessa, c’è Donatella Colasanti. Grida, disperata, come fanno i sopravvissuti. E’ sfinita, massacrata. Ma viva. Diverso è il destino, inequivocabile, per l’altro mucchietto di roba incellofanato che, da ore, le giace a pochi centimetri. Ecco, quel ‘mucchietto’ possiede un nome ed un cognome. Si chiama Rosaria Lopez. Ha – anzi aveva – fino a poco prima, soltanto 19 anni. Di giorno fa – anzi faceva – la barista ed abita nel quartiere della Montagnola, nell’area sud della Capitale.

L’altra, la più piccola, è una studentessa e ne ancora di meno: 17. Due ragazze come tante, incappate, loro malgrado, nell’incontro sbagliato. Quello con la faccia di giovanotti, ripuliti e garbati, dall’aria curata e dai modi, almeno in superficie, gentili. L’unica colpa? L’ingenuità di credere che la vita sia esattamente per come si presenta. Ma non ci si può accorgere di essere piccoli, mentre, ancora, lo si è.

Torniamo a noi. Dunque, eccole, reduci da quello che, allora ma ancora adesso, fu ritenuto un massacro, perpetrato per la durata di infinite 36 ore, a scapito di due adolescenti qualunque. Così, per scherno, per vezzo, per rabbia, per pazzia. Di fatto, quella follia ha condotto tre ‘figli di papà’ – Angelo Izzo (20 anni), Gianni Guido (19) e Andrea Ghira (22) – in un pomeriggio come tanti, attraverso una serie incontenibile di sevizie, calci, pugni, sprangate, soffocamento, risate beffarde e insulti, ad indossare i panni di aguzzini.

Comunicate la vostra urgenza‘, raccomandano gli adulti ai più piccoli. Ebbene, questa, evidentemente, doveva essere la loro, mentre stringevano un cinghia di cuoio al collo di Donatella, per trascinarla sul pavimento e, intanto, commentavano: “Ma questa non muore mai?“.

Il lamento di Lei arriva soffocato, appena intercettabile, proveniente da un’auto parcheggiata che, all’apparenza, sembra vuota. Sono nude, l’una e l’altra. Sono state, nell’ordine, defraudate degli abiti, stuprate, torturate e infine annegate, a forza, in una vasca da bagno. O, se non altro, questo era il piano. Un inventario di atrocità, ambientato sul promontorio di Omerica derivazione, a due passi da Ponza. Notoriamente, residenza privilegiata delle famiglie dell’alta borghesia Romana.

Il Circeo che, per una notte e un altro giorno, con le sue splendide ville a picco sul mare e il suo paesaggio d’incanto si fa sfondo, invece, del più efferato e crudele tra i crimini. Fa da tappeto alle velleità compulsive di chi, la rabbia, deve averla trattenuta per tanto tempo. Troppo, visibilmente.

Due di questi tre ‘prodigiosi’ protagonisti, che vivono di imprese da raccontare, poi, al bar, si sono conosciuti al San Leone Magno, Istituto privato, riservato a studenti maschi di provenienza benestante. Si sono frequentati nella sezione del Movimento sociale e sono diventati una cosa sola, il Mostro a tre teste di cui parleranno i giornali, in seguito allo scempio.

Tanto per tracciare la loro, di istantanea, hanno scalato, insieme, qualche gerarchia nella Roma nera di Avanguardia Nazionale. Rubano armi, saccheggiano case, trafficano in morfina base ed eroina. Sono duri e se ne vantano. Sono cultori della razza bianca, quella che comanda. Tutti e tre con le camerette arredate da bandiere naziste, busti di Mussolini, spranghe di ferro. Vivono protetti, avvolti nell’aura linda e rispettabile dei rispettivi genitori, salvati, spesso dal potere dei soldi e immersi – questo forse il misfatto più grave – in un decoro che respira di stantio, che suona di formale e, ancor peggio, ipocrita. Il papà di Izzo è ingegnere edile, quello di Guido banchiere, quello di Ghira è uno tra i costruttori più ricchi di Roma. Non serve aggiungere altro se non che tutti, padri e madri, fanno ostinatamente finta di non vedere quel che accade ai loro eredi maschi. Si fanno specchio, piuttosto, di un mondo in cui ci si può comprare tutto, persino una bella coscienza ripulita. Basta possedere il denaro per pagarsi un buon avvocato.

Eravamo guerrieri“, dichiarerà, a posteriori, lo stesso Angelo Izzo. “Passavamo intere giornate a rifarci il guardaroba, ad acquistare gioielli, a farci scarpe e camicie su misura. E poi macchine sportive, moto giapponesi, Rolex d’oro, locali alla moda, cocaina“.

Tutt’intorno, a fare da cornice, gli anni ’70, quelli delle bombe e del post Autunno Caldo delle forze operaie. Quelli dell’inflazione in rialzo e dell’ultima apparizione di Mina in tv. Quelli, pure, della rivoluzione femminile, la stessa in cui si rivendicano pari diritti ed opportunità per i sessi, dimenticando, forse, la lacuna – che somiglia più ad una voragine – che si cela dietro.

Quel 29 settembre… “Avevamo già programmato tutto. Volevamo festeggiare la scarcerazione di Andrea Ghira, inguaiato da una rapina. La villa era sua, era vuota, e cercavamo due ragazze adatte. La nostra intenzione era di spassarcela”, dirà, poi, sempre Izzo.

Di fatto, la violenza si presenta senza preavviso. Accade in giardino, quando Angelo e Gianni cambiano faccia. Dicono a Rosaria e Donatella che ora devono farli divertire, devono spogliarsi. E lo fanno impugnando, in mano, una pistola. E’ qui che prendono il via minacce, insulti, botte. Spingono in casa le due vittime, terrorizzate e le chiudono in bagno.

Preliminari, che servono a prender tempo. Bere, sniffare… caricarsi, insomma. Via una, poi l’altra, se le fanno. Ma c’è spazio, ancora, per tanto altro. Per interrompersi, ad intervalli, e riprendere, più tardi, più feroci di prima. Più insaziabili, più smaniosi ancora di vedere fin dove si possa arrivare, possedendo tra le mani “due pezzi di carne“.

Peggio la morte, a questo, punto, o rimanere vive? C’è stato posto, nella storia, per entrambe le soluzioni.

A seguire, la cronaca e tanti anni di rivoluzioni, cambiamenti sociali, revisioni di leggi e tutti quel che segue. Poi si rigira lo sguardo e si ritorna all’oggi. Non si afferra neppure il giornale, perché non serve. Basta appoggiarsi ad Internet e si legge. Tra le righe c’è, ancora e spesso, lo stesso racconto, ripercorso secondo il medesimo copione, con gli stessi metodi spicci e permeato dallo stesso vacuo ed insopportabile silenzio mascherato, magari, da urla talmente assordanti da rendersi altrettanto vane.

Ghira è morto. Una siringa di eroina ficcata nel braccio, nel 1994. Guido, condannato all’ergastolo, fruisce, dal 2009, dell’indulto. Izzo ucciderà ancora, nel 2005. Fuori, in semilibertà.

Donatella Colasanti è morta anche lei. Se l’è portata via un tumore, all’età di 47 anni.

Rimangono, a farci compagnia, i brandelli di una cronaca che, se non altro, dovrebbe – almeno – indurci a riflettere.

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