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La filosofia del sottotesto

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E’ andata esattamente per come doveva andare. E non è prosopopea la nostra. Né scarsa coscienza di noi stessi. Anzi, e lo dichiariamo con schiettezza, esattamente il contrario.

L’Italia del Campionato Europeo che ci lasciamo alle spalle non assomiglia per nulla ad un’armata Brancaleone. Ricorda, invece, nelle fattezze, quell’agire Epico che eravamo soliti leggere, da bambini, nei libri di storia o, magari, al liceo, mentre ripercorrevamo il Classici, Latini e Greci.

Mitologia, cari nostri, mica roba da poco.

Dunque, eccoli. 26 ragazzi, schierati per la vittoria. E – c’è da sottolinearlo – l’hanno raggiunta, perché hanno saputo inseguirla nella giusta maniera. L’hanno corteggiata, giorno dopo giorno, avventura dopo avventura, regalandole una volta un fiore, un’altra un cioccolatino… Armati di sana pazienza e senza pretendere nulla in cambio.

Umili, questa è forse la parola cardine, senza mai peccare di modestia, che è questione diversa. I ‘nostri’ avevano, ed hanno, coscienza di sé. Conoscono a fondo i propri limiti, le manchevolezze e, soldatini in battaglia, lavorano ed hanno lavorato, cesellandosi per migliorare. Un capolavoro di falegnameria, per un Mastro Geppetto dei giorni moderni, che indossa il nome di Roberto Mancini.

Un esempio, accompagnato, a sua volta, da un altro esempio, di rara ed umana intensità: Gianluca Vialli, prima ancora che giocatore, è uomo. E che uomo. E, a fargli eco, in campo, quelli che potremmo definire gli attempati. I giocatori d’esperienza, in mezzo a tante faccette, tutto sommato, bambine. Pronti a fare da traino a chi, più inesperto, rischiava o avrebbe potuto rischiare di perdersi via.

Bonucci

Non è successo, poiché ciò che ha contraddistinto la squadra è stato un compendio di energie, messe a disposizione l’uno dell’altro. Chi si è fatto carico di un vissuto già speso, chi della freschezza e dell’audacia della prima volta. Niente fenomeni a dettar legge. Così, il quadro si è chiuso, aderendo perfettamente ai propri parametri.

Mai un lamento. Mai un rimprovero, da parte di nessuno. E infinite possibilità: di rimettersi in gioco, di riprovare; di dare e darsi – soprattutto – risposte esaurienti. Bando alle auto celebrazioni, anche là dove avremmo potuto. Largo, di contro, al concetto secondo cui ‘l’unione fa la forza‘ o ‘l’importante è crederci‘. Vedete voi che, tanto, non si contano i motti adatti all’occasione. Tutti calzanti, perché tutti erano presenti, all’unisono.

C’è un’antico detto, che racconta di come, nel viaggio, non sia tanto interessante la meta, quanto il percorso che fai nel mentre. E c’è n’è un altro che suggerisce, nel puntare alla Luna, di non fermarsi a guardare il dito, ma di dirigere gli occhi in su.

Dunque, ieri sera il cielo, su Wembley, era colorato di Azzurro, o meglio di rosso, bianco e verde. Era nostro. Solo nostro. Ma qui, oltre alla gioia per una Coppa, giustamente conquistata, c’è assai di più. Merito? Sì, forse anche quello ma, lo sappiamo, la vita, spesso, non è meritocratica. Recita se stessa, punto e basta. Noi ce lo siamo andati a prendere questo vessillo. E, a dirla tutta, avremmo vinto lo stesso, pure perdendo ai rigori, perché nessuno, ma proprio nessuno, avrebbe potuto biasimarci. Neppure noi in prima persona, propensi come siamo all’auto commiserazione.

Non le abbiamo lasciato spazio, per fortuna. Coltivando, al suo posto, la volontà. “Volli, fortissimamente volli“, recitava Alfieri. E allora sia. Ci siamo trascinati via la tracotanza degli Inglesi, ma questo è stato solo l’epilogo di un peregrinare infinito, che ci ha visti sempre costanti. Gambe e spalle erette e testa alta, pronti a donarci, a sporcarci mani e piedi, perché è così che si fa.

La Coppa, alla fine, l’abbiamo sollevata. E’ nelle nostre mani. Ma è qualcosa di assai più grande quello che l’Italia riporta a casa. E’ la fiducia di un Mister che non ha mai abbandonato i suoi ragazzi. E’ la voglia di farsi forza, reciprocamente, nei momenti difficili. Sono gli abbracci e la grinta, quando andava tirata fuori, con fierezza. E l’inconoscibilità della rinuncia. No. Fino all’ultimo. No.

Chiamiamola pure Resilienza.

Del resto, le redini appartengono a chi trascina e non si lascia trascinare. E in questo carrozzone ci sono saliti, gli Azzurri, con tutta la potenza del loro peso. E della preparazione. Oggi avremmo la tentazione di salirci anche noi, sul carro, che sentirsi arrivati promette un che di esaltante. La verità è che l’essere leader non deriva da un singolo successo, né da una Coppa, per quanto blasonata.

Vincente è la passione che ci si mette nel fare. E’ la mente a braccetto con il cuore. E’ lo sguardo che non si piega, neppure se il corpo è sfracco.

Ecco, chi lavora sul linguaggio ‘non raccontato‘ lo sa bene. C’è un sottotesto in tutto quel che facciamo, prima ancora di aprire la bocca. Gli occhi, le mani, le gambe… tutto di noi parla e, talvolta, urla a gran voce.

Proviamoci, allora, per una volta, a leggerlo quel che c’è dentro. Tentiamo di andare oltre agli avvenimenti e gustiamoci, un po’ come si faceva con la Commedia del Sommo Poeta, quelle altre righe, che si intravedono appena. Ma, se ci soffermiamo a visitarle con attenzione, scopriamo che c’è tanto di più.

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