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Allarme, allarme: salviamo a tutti i costi il cioccolato!

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Cambiamento climatico? Altro che fare finta di nulla che, qui, si rischia di perdere persino gli archetipi del nostro vivere. Ci riferiamo – udite udite – niente di meno che alla cioccolata. Eh già, pare che – per usarla con il linguaggio comune – se la scienza non ci dovesse mettere una pezza, entro il 2050 – noi tutti presenti – dovremmo forse rinunciare ad uno tra i piaceri più conturbanti per il palato.

Questione di… siccità. Quella che, per l’appunto, sta impermeabilizzando il Brasile e, in generale, l’intero Sudamerica, determinando un crollo della produzione del caffè e della soia, ma anche del cacao.

O si agisce in tempestività, quindi, o saremo costretti a dire addio al ‘cibo degli Dei’.

Il punto è che la pianta del Theobroma cacao cresce solo in ristrette fasce di terreno. Nello specifico, la fava può essere coltivata entro i 20° di latitudine dall’Equatore, meglio se entro i 10°, in aree che hanno temperature costanti, elevata umidità, piogge abbondanti, terreno ricco di azoto e con una piccola protezione contro il vento. Un climax studiato, dunque. E inconfondibile.

La gran parte della produzione mondiale arriva per il 70% dall’Africa (Costa d’Avorio e Ghana in primis); il resto dal Sudamerica, anche se la pianta storicamente nasce con i Maya, in Messico, per poi spostarsi un po’ più in là. Non a caso, una tra le sementa più pregiate arriva proprio dall’Ecuador, dove a luglio è stato aperto, in quel di Guayaquil, un vero e proprio Museo del cacao e dove si produce il cioccolato di più alta qualità al mondo.

Museo del cioccolato di Guayaquil

Ebbene, secondo una recente indagine si prevede, nei prossimi anni, un picco delle temperature tale da impedire la conservazione del tasso di umidità necessario per la crescita delle piante in questione. Si ridurrebbe, in pratica, l’area delegata alla coltivazione, faticando – per conseguenza – a soddisfare l’elevata domanda di consumo e facendo largo, peraltro, ad un inevitabile lievitare dei prezzi.

Secondo un rapporto di Business Insider, si potrebbe tentare di trasferirne la produzione su montagne più scoscese, ma la maggior parte tra le aree interessate, oggi, sono protette come rifugi della fauna selvatica, contro l’agricoltura intensiva.

Unica alternativa – ahinoi – è che si possa ricorrere a meccanismi di modifiche genetiche. Si tenta già da tempo di isolare il DNA della pianta, sostituendone parte con componenti più resistenti, ma ancora la sperimentazione è in forse. Work in progress, potremmo sintetizzare, convinti che certo, ‘perdere’ un morso tanto prelibato rappresenterebbe davvero una gran disdetta…

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