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‘No!’

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Immaginiamo che Io mi chiami Mara, o Elena, se preferite. O magari Alessia. Facciamo finta che sia bionda, i capelli lunghi, gli occhi verdi. O magari no. Potrei essere mora, occhi scuri, un tipo mediterraneo, insomma. Anzi, con le chiome rosso fuoco e lo sguardo nocciola. La pelle candida…

Sapete cosa cambia? Niente. Il punto è che sono una donna. Sono alta, sono bassa, sono magra… Il danno è che sono femmina. Che, quando provo a dire la mia, devo – obbligatoriamente – stare zitta. Figlia, prima, di mio padre, che voleva un maschio e, invece, malauguratamente, sono nata Io. Con la disgrazia, per di più, di avere un carattere. Quale peggior accidente…

Poi fidanzata. E giù, anche lì, ai divieti. “Non mettere quella gonna. La camicetta è troppo scollata. I tacchi troppo alti. E poi esci? E con con chi esci? E a che ora torni? E siamo sicuri che si tratti di un’amica…? Facciamo che mi mandi una foto…” Indagata, trafugata, molestata, mentalmente, come una bestiolina da laboratorio. Che tanto, in fin dei conti, cosa conta quel che penso.

Poi quel sì, che già aveva perso d’importanza, prima ancora di essere pronunciato. Che, del resto, Sì a che cosa? Sì, a vederlo rincasare ogni giorno più tardi. Sì, a vederlo fuori di sé, scostante. Poi scontroso. Sì, a lasciargli fare il comodo suo sul mio corpo, ogni volta che vuole. Senza nessun piacere, senza coinvolgimento, né carezze. Muta, imbavagliata Io, con che diritto posso anche solo auspicare di ribellarmi?

E non poter raccontare niente, perché quel che conta è fuori. E’ l’apparenza. Imparare a mascherare i lividi con le scuse più assurde e con quel tanto di trucco che mi è consentito. “Sono caduta, che distratta!” E via al primo sorrisino ironico. “Sono maldestra, ho sbattuto!“, con Lui che, intanto, si aggira attorno, come una bestia feroce. Domare la belva è impossibile. Fare finta di niente, lo è altrettanto.

Scappare. Ecco cosa vorrei. Che, avviluppata tra le sue spire, rimango prigioniera di un malessere invadente, lacerante… Lui mi preme sulla carne, sulle ossa. Quel che è peggio, mi diagnostica un cervello incapace. Non pronto, non reattivo, sbagliato. Già, se immaginate che il dolore più atroce sia nelle botte, state sbagliando di grosso. Quel che più dannatamente ferisce è la convinzione del non rimedio.

Io sono senza scampo. La mia vita lo è. Lui, ineluttabilmente, mi guarda e non mi vede. Non sa vedere l’amore, l’abnegazione che avrei potuto… Che importa. Ciò che sognavo era ciò che mi pareva di intravedere nei suoi occhi, allora. E, invece, sono incorsa in un inganno, una magistrale frode dei sentimenti, in cui mi sono illusa, per un breve istante, di non essere sola. Di non sentirmi piccola, né inutile.

Sapete cos’ è uno stupro? “Quando quella tua fessura – e poco conta che si trovi posizionata in qualche zona della tua pelle o dell’anima – viene vilipesa, oltraggiata. Non rispettata“. Allora che fai? Come reagisci? Che, il peggio, è la paralisi che ti invade tutta. Ti uccidi, per non morire di più…

Maschio. Il mio uomo…” che, a pronunciarle, queste parole, sanno di bell. Ci si riesce a carpire persino una nota di orgoglio. E, invece, a me suscitano paura. Il terrore che Lui torni di nuovo a percuotermi. L’irriducibile tremolio che mi pervade, mentre la fantasia ha imparato, ormai, ad anticipare le sue mosse.

Se vi sto chiedendo aiuto? No. Non per me, almeno. Penso che per questo sia tardi. Troppo tardi. Ve ne chiedo per loro, per tutte quelle donne… Sì, le femmine… che sono ancora libere. Sono là, fuori, innocenti di fronte al pensiero di poter essere calpestate. Ancora con la propria dignità nella borsetta. Ancora sorridenti. Invaghite e sedotte, all’idea che, da qualche parte, esista un essere umano capace di amarle, di proteggerle, di rispettarle.

Ve lo chiedo per favore. Riflettete. Ora vado… sento i suoi passi dietro la porta. Sta per entrare e non so davvero se, dopo, avrò modo di parlarvi ancora…

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TO BE CONTINUED…

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